Futuro

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Un gran numero delle nostre ansie e tensione risiedono nel futuro.

Si trovano in un luogo, in uno spazio immaginifico. Creato da noi, creato dalla nostre smanie di controllo.

Il passato è alle nostre spalle, possiamo rileggerlo e reinterpretarlo a nostro piacimento. Durante la nostra vita assegnamo diversi valori ad esso, ma ad ogni modo lo controlliamo.

Quante tue ansie risiedono nel futuro?

Del presente nella maggiorparte dei casi abbiamo solo un controllo apparente, fittizio, volatile.

Esso ci sfugge, scorre insieme al tempo e lo vediamo perdersi in un passato indefinito composto da secondi e minuti. Ci illudiamo di possederlo e di conseguenza di poterlo controllare.

Il futuro invece è là di fronte a noi, creato dalle nostre convinzioni. Determinato dal legame con il nostro passato.

Come percepisci il tuo futuro?

Il futuro è sempre più indefinito, sempre più costellato di previsioni negative.

Avendo noi uomini digitali, un legame con un passato reso sempre più soggettivo e sviluppando una relazione spesso malsana con il presente. Ci ritroviamo, così, senza un orizzonte, oramai da molto tempo.

Il presente è un momento, in cui non compiamo più piccoli investimenti emotivi o intellettuali su noi stessi o sugli altri per un certo qual avvenire, siamo alla mercè delle triviali distrazioni della società.

Saremo senza futuro, fin quando getteremo in questo spazio da noi creato tutte le nostre ansie, tensioni e problemi, senza affrontarle, attendendo che esse esplodano o qualcuno le prenda in carico.

Saremo senza futuro, fino a quando non abbracceremo il presente consapevoli di poter fare qualcosa per l’umanità, ogni singolo giorno.

Quando riusciremo a comprendere quello che possiamo realmente fare nel presente, diventeremo consapevoli di quello che abbiamo imparato nel nostro passato e inizieremo a dipingere, pennellata dopo pennellata, un futuro differente.

Quanta fiducia riponi nel futuro?

Continua a farti domande…

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Viaggiare

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Non so se sia più importante viaggiare con l’immaginazione o con i propri piedi. Entrambi sono strumenti molto potenti. L’immaginazione ci ha portato così lontano, ha creato scenari impensabili fino a poco tempo fa. I nostri piedi, invece, ci hanno permesso di scoprire la natura e ciò che ci circonda, il nostro ambiente, il nostro territorio. Sono strumenti in disuso, dato che l’idea del viaggio ha perso molta della sua poesia, molta della sua fatica, sia fisica che intellettuale.

Oggi viaggiare è un termine comune nel nostro vocabolario, in quanto, appena nominiamo questo verbo vengono in mente le vacanze, luoghi esotici, il turismo, i selfie, le foto, la continua soddisfazione del nostro narcisismo, del nostro edonismo.

Viaggiare è divenuto un prodotto, dato che chiunque può raggiungere posti fino a pochi anni fa inaccessibili.

Viaggiare non è più una esperienza unica.

Viaggiare è facile, tanti sono i mezzi che ci permettono grandi spostamenti.

Ma in ogni semplificazione, vi è sempre una perdita. Riducendo il viaggio ad un prodotto, ad una immagine, ad una bandierina su una mappa, perdiamo il suo senso metaforico ed esistenziale.

Cosa ti spinge a viaggiare?

Credo vi sia un senso metaforico nel viaggiare. Un parallelismo latente con la vita, con il lato più autentico dell’umanità. La nostra vita è un viaggio da una origine sconosciuta, ad uno sconosciuto punto d’arrivo. Non sapendo molto di noi e del nostro finale ultimo, la vita dovrebbe insegnare quanto il viaggio stia nel cammino. Con le sue discese e le sue salite. Viaggiare significa apprezzare il percorso, godere dei passi, guardarsi intorno, trovare valore nel nostro quotidiano. Inoltre, penso che non si possa parlare di viaggio, nel suo senso più vero, come del resto della vita, se non ci si trovi di fronte a situazioni che ci destabilizzano, che ci fanno sentire inadeguati, che portano al confronto. Non c’è crescita senza confronto.

Il viaggio assume ancor più valore, nel momento in cui crea un senso di difficoltà, non piacevole, non comodo, sia a livello mentale che culturale. Il viaggio dovrebbe nutrire la nostra capacità di connessione con il mondo. Non essere un esercizio di narcisismo. Forse è proprio la facilità con cui si viaggia in questi giorni con treni, voli e pullman, che ha reso il viaggiare svilito del suo valore più importante, quello del confronto e della comprensione. Non c’è comprensione e confronto in un resort staccato dalla comunità locale. Non c’è confronto, tanto meno comprensione, nelle aree turistiche dove vi è una ripetizione di gadgets, souvenirs, prodotti, negozi. Non c’è confronto in quel turismo digitale dettato da anticipazioni, da post, video e da foto modificate da filtri che rendono i luoghi reali, falsi e pieni di aspettative.

Viaggiare si è trasformato in una acquisizione di immagini, di esperienze, senza una loro comprensione culturale, locale. Abbiamo perso la metafora del viaggio, perché essa era contraddistinta da un passato, un presente e un futuro. Le nostre orme, il nostro cammino, l’orizzonte. Oggi non abbiamo più questa idea di un cammino, di un percorso. Il nostro zaino è vuoto, il nostro orizzonte è grigio, conta solo il qui e l’ora. Dobbiamo essere intrattenuti, c’è la necessità di piazzare bandierine. Ormai è difficile viaggiare senza una meta, per la scoperta pura e autentica, per dar valore all’altro, per riconoscere valore ad una cultura. La scoperta è essa stessa divenuta un intrattenimento, una distrazione, un obiettivo.

Il viaggio è ancora una metafora della vita?

Viaggiare assolve anche una funzione esistenziale. Ci fa percepire quanto diverso possa essere il mondo rispetto a quello dove viviamo, rispetto a quello mediato dalle nuove tecnologie. Ci fa capire la piccolezza delle nostre esperienze rispetto a quelle di un mondo fatto di bilioni di occhi, orecchie e vissuti diversi dai nostri. Ci rende modesti, rispettosi, di fronte alla vastità dei paesaggi, della natura, degli artifici umani.

Un viaggio dovrebbe rendere più umili, sta lì la sua funzione esistenziale. Ci rende parte di un cosmo ben lontano dal nostro giardino, dal nostro paese, dalla nostra città. Ci fa comprendere il numero di culture, di ambienti, di personalità possibili. Amplia e allo stesso tempo rende infinitesimali le conoscenze che acquisiamo. Viaggiare grazie a tutto questo, ci dovrebbe rendere nuovi, ogni volta che torniamo a casa.

Come ti senti al rientro da un viaggio?