Giocare

Giocare per me è una delle esperienze più piacevoli e rilassanti nella vita di tutti i giorni. Il gioco mi rende felice, sia esso una partita di calcio, un videogioco o una partita a carte.

Forse riaccende, stimola, quel fanciullo che costantemente si affaccia dentro di me. Spesso represso da norme morali ed etiche, dalla presenza e dal giudizio degli altri.

C’è sempre una forma da dover rispettare, un dover essere da tenere vivo, che reprime l’ingenua libertà del bambino.

Così, nel gioco percepisco una sensazione assolutamente liberatoria, una sorta di evasione dai vincoli del reale.

Come ti senti quando giochi?

Ma in fondo cosa differenzia realmente il gioco dalla realtà? Solo ed esclusivamente le regole che lo compongono. Per assurdo per trovare la libertà, ci circondiamo di regole.

Regole chiare a tutti, che implicano una esatta distinzione tra merito e caso.

Definiscono uno spazio accessibile a chiunque, uno spazio di pura uguaglianza in quanto giocatori.

Quando giochiamo si crea una illusione, certa e regolata. I movimenti, le azioni, le mosse sono sempre disponibili a tutti i giocatori.

Ci troviamo un in un mondo di gioco, sicuro, spensierato.

Infatti solo la realtà a spezza l’illusione ludica.

Credi che giocare sia tempo perso?

Proprio per questo la realtà stessa non può essere un gioco e nemmeno essere interpretata come tale.

Troppe convenzioni sono labili nella realtà.

I comportamenti sono potenzialmente infiniti e determinati da culture diverse, personalità e vissuti diversificati.

Non vi sono regole sempre vere o assolute.

Come sosteneva George Bernard Shaw “l’uomo non smette di giocare perché invecchia, ma invecchia perché smette di giocare” fugge dalla più autentica delle attività umane, unica attività capace di dare all’uomo uno spazio puro, intoccabile, libero.

Non possiamo rinunciare a giocare.

Ma a malincuore, non possiamo considerare la vita come è un gioco. Ci ritroveremmo sempre sconfitti.

La vita è per te un gioco?

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Crescere

Mi chiedo spesso cosa significhi crescere. Come questo verbo si leghi indistintamente al concetto di maturità, ma anche a quello di progresso. Una persona è cresciuta, sta crescendo, quando sviluppa cosa? Si comporta in quale modo?

Quando diventa autonoma? Nel momento in cui sa prendersi cura degli altri? Se è responsabile?

Quando una società cresce? Quando una cultura è matura? C’è un momento in cui uno stato è realmente sviluppato?

Il concetto di crescita, di maturità, ha molte sfumature spesso tralasciate, spesso volutamente messe da parte.

Per fortuna, non si è mai del tutto maturi, non si è mai del tutto cresciuti. Crescere non credo sia un bene come si pensa, ma bensì un obbligo sociale, una convenzione necessaria per mantenere un ordine. Un obiettivo di orientamento di qualsiasi società di stampo capitalista.

Trovo molto più valore, onestà e verità in un sorriso di un bambino che in uno adulto. Molto più valore nel principiante che nell’esperto. Una latente e scomoda verità nelle economie solidali, alternative, alla finanza, al mero profitto.

Uomini e donne con molte esperienze alle loro spalle, mancano di umiltà. Ogni processo di crescita è in fondo una progressiva perdita di modestia.

Credi di essere una persona matura?

Infatti comunemente, crescere significa acquisire gradualmente un certo controllo sulla realtà, su ciò che ci circonda. Una illusione. Una velleità. Ci raccontiamo una storia, utile a darci stabilità, utile nel definirci in un contesto sociale. Fondamentale per non sentirsi esclusi, fondamentale per essere accettati.

Uomini e donne che hanno avuto molte esperienze nella loro vita, sentono il dovere di consigliare gli altri. Sono gli esperti, spesso inconsapevoli della loro limitata concezione del mondo.

Crescere è non fermarsi, è non sentirsi arrivati, mai. Significa essere consapevoli della mancanza di controllo sulle nostre vite. Liberi nel presente, liberi nell’attimo. Umili di fronte agli altri, umili nei confronti della vita.

Una forma di autoconsapevolezza, una percezione della realtà, che implica la tacita accettazione dell’instabilità e del continuo cambiamento.

Credi di avere controllo sulla tua vita?

Ogni atteggiamento psicologico, trova il suo riflesso nella cultura, nelle idee condivise. Così la crescita scientifica, economica e politica, si è sempre sviluppata attraverso dei percorsi lineari. Tutti direttamente o indirettamente legati a maggiori forme di controllo. Regole, principi, indicatori, criteri.

Eppure più sembriamo crescere, sviluppare ed elaborare miglioramenti. Più ci rendiamo conto di quanto ci sfugge, di quanto ancora non riusciamo realmente a comprendere. Aumentiamo il controllo per fuggire dalla libertà, parafrasando Fromm. Cresciamo per dare un senso, un obiettivo alla vita.

Inconsapevoli ancora una volta che qualsiasi forma di crescita è ciclica e non lineare. E’ finita, e non infinita.

Senza obiettivi, saremmo autenticamente umani?

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Coraggio

Tempo di lettura 6 minuti

Trovo che il valore di questa parola venga spessa malinteso. Coraggiose vengono considerate le persone senza paure, che dicono di non averne o le quali si atteggiano come impavidi. In alcuni casi, i coraggiosi vengono confusi con gli ostinati, con i senza cervello, con coloro che non sanno accettare.

Immersi nella loro coerenza e nelle loro convinzioni, che considerano assolute, si esibiscono in comportamenti guidati solo dai loro istinti, dalle loro passioni, dalle loro ideologie totalizzanti e implicitamente totalitarie. Le loro azioni “coraggiose” celebrano il loro narcisismo, il loro ego.

Il coraggio viene costantemente frainteso con l’eroismo. L’eroismo è un termine pieno di coraggio, ma l’eroe è un coraggioso che ha avuto intorno a sé persone che abbiano assistito alle sue gesta, persone che abbiano raccontato le sue azioni.

L’eroe è semplicemente un coraggioso su un palcoscenico. Costruito intorno a lui o su cui si stava esibendo.

Proprio per questo nel nostro piccolo, nel nostro quotidiano siamo più coraggiosi di quanto possiamo immaginare, di quanto si possa raccontare, siamo spesso eroi senza una platea.

Quando una persona è coraggiosa?

Vi sono esempi di coraggio ovunque. Non se ne parla, sono storie di cui non si racconta e di cui spesso non si vuol parlare. Persone che combattono malattie e disgrazie con un sorriso. Donne e uomini che regalano il proprio tempo a chi ne ha bisogno, senza chiedere nulla in cambio. 

Persone che accettano la condizione umana, fatta di incertezza e sofferenza. Le quali esprimono gratitudine in ogni loro gesto, semplicemente perché vive, perchè si sentono parti integranti del mondo.

C’è un coraggio interiore, spesso sottovalutato e non narrato. Il coraggio di accettare la nostra situazione umana giorno per giorno. Quello di dare il benvenuto alle nostre paure e alle nostre incertezze come parte di un cammino più vasto, ancor più sconosciuto.

Questa comprensione dell’essere umano, questo coraggio nell’accettare la condizione umana è un azione potente, transformativa, portatrice di azioni compassionevoli, pensieri umili, idee universali. 

Questo è per me il vero coraggio. Il più autentico.

Quando ti hanno detto “sei stato coraggioso…” ?

Questo coraggio interiore, questa spinta interna diretta verso il mondo, crea valori. Crea comportamenti orientati non verso l’ego, bensì verso gli altri. Questo spirito coltivato nel quotidiano tra i nostri pensieri e le nostre riflessioni, sviluppa un coraggio civico.

Un coraggio diretto al miglioramento della condizione della civiltà umana, dell’umanità.

Un coraggio civico, con il quale si sfida l’impopolarità con gesti spontanei e sentiti, si ricerca il vero credendo nella giustizia.

Si diventa più responsabili quando si ha la capacità di accettare.

Uomini e donne che hanno il coraggio di vivere responsabilmente, consapevoli del peso della condizione umana. Capaci di riconoscere l’altro e di riconoscere la vita come valore universale che non può essere schiacciato da nessun’altro ideale o convinzione.

Diamo per scontata la nostra condizione umana, senza essere consapevoli del coraggio necessario per affrontarla giorno dopo giorno.

Oggi, quando hai avuto coraggio?

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Velocità

Tempo di lettura 6/7 minuti

La velocità e’ una grandezza di notevole rilevanza scientifica, in particolare nella fisica. E’ il risultato di una semplice ed intuitiva operazione di divisione tra lo spazio e il tempo. Allo stesso modo, il concetto di velocità ha un valore latente nella società contemporanea, ben oltre la sua mera grandezza scientifica. Esso misura il progresso sociale ed economico. Quando parliamo di velocità, infatti, dibattiamo di un elemento cardine della società e del pensare contemporaneo. Oggi essere veloci e’ la normalità. Pensare come se ci trovassimo su Twitter, lavorare in multitasking, comunicare come e tramite chat. Le analogie con il mondo digitale potrebbero proseguire a lungo.

Così come un prodotto tecnologico o una connessione al web non possano essere lenti, noi non possiamo permetterci esitazioni, la lentezza è uno stigma. Siamo inebriati da ciò che è istantaneo. La velocità e’ diventata una qualita’, una connotazione necessaria, che permea molteplici aspetti del nostro vivere. Produrre velocemente, risultati, dati, idee, prodotti e’ indispensabile. Un individuo, come del resto un qualsiasi articolo digitale, non può’ essere lento. Pochi professionisti, pochi uomini, pochi strumenti, possono permettersi di essere lenti. La velocità e’ diventato un connotato del quotidiano, non si può’ rallentare, non si deve rallentare.

Pensi che essere veloci, nel fare come nel pensare, sia una qualità?

La velocità aumenta, più essa aumenta e più mi convinco che questa ricerca, questo affanno, non abbia solo ragioni economiche o culturali, ma forti tinte psicologiche. La continua ricerca di velocità è una manifestazione della nostra impotenza nei confronti del tempo. Se da un lato, riusciamo a controllare lo spazio. Lo modifichiamo ogni giorno, lo rendiamo nostro. Spostiamo oggetti, costruiamo edifici. Dall’altro, il tempo è l’unica cosa che ci sfugge.

Così cadiamo nel trabocchetto del nostro ego, il quale incapace di controllare il tempo, ci spinge a fare e a disfare con ritmi sempre più incalzanti. Perchè il tempo non è mai abbastanza, esso avanza incurante senza di noi. Non siamo più abituati ad aspettare, non coltiviamo la pazienza. Andiamo veloci perchè cerchiamo di guadagnare secondi, minuti, sebbene sia impossibile. Siamo ossessionati dall’inevitabile scorrere del tempo. L’unico modo che abbiamo per contrastarlo è ricorrere alla velocità, al necessario avanzamento, al progresso.

In fondo, coloro che sono lenti o che volutamente scelgono di non affannarsi, hanno scelto in modo consapevole o inconsapevole che il tempo scorra inevitabilmente.

Pensi di saper gestire il tuo tempo?

La velocità, la frenesia, il voler fare tutto e subito è anche una semplificazione. E’ seguire un impulso. Fermarsi, riflettere, non solo e’ socialmente meno accettato, ma e’ anche più complesso da giustificare e da gestire. Si perchè andare veloci non richiede di guardarsi attorno, di comprendere. Ci si butta a capofitto sulla prossima cosa da fare, velocemente sul prossimo pensiero. Bisogna fare per essere, o quanto meno per avere un sé socialmente riconosciuto. Non ti devi guardare intorno, hai una giustificazione sempre pronta. Sei impegnata, sono di fretta, sono in ritardo, non posso, ho da fare. Tutte socialmente accettate, tutte moralmente discutibili.

Il nostro ego, il nostro io, è al centro, non c’è spazio per altro. Avere una visione d’insieme, avere un orientamento, non essere sempre affogati nel micro management della vita professionale e quotidiana è difficile, per molti di noi quasi impossibile. E’ molto più semplice andare di fretta, dove non è richiesto il pensiero, tanto meno la comprensione. Nell’attività, nella frenesia, ci lasciamo cullare dal nostro ego e dalle nostre pulsioni. Così, dare sempre la precedenza a noi stessi fa perdere senso all’essere umano, fa perdere il senso di essere parte di un contesto, di un mondo.

Come ti senti, quali sensazioni provi quando sei di fretta?

Flusso

Tempo di lettura 6/7 minuti

Ci sono situazioni nelle quali perdo la percezione di me stesso e del tempo, dove provo un velato ed intenso piacere. Spesso succede quando scrivo, quando leggo, quando medito e da buon sportivo, quando gioco a calcio. In quei momenti ho una percezione diversa di me e di ciò che mi circonda. Credo possono comprendere le mie parole, tutti coloro che impegnati in una attività ben precisa, si sentono padroni della situazione e provano un reale appagamento. Prima di diventare un concetto rilevante nelle scienze sociali, questo stato mentale, è stato descritto da diverse scuole di pensiero orientali, come Buddhismo e Taoismo. Questo fenomeno psicologico è identificato oggi come flusso, grazie al lavoro di un noto psicologo ungherese negli anni novanta. 

Immaginate il pennello di un pittore che dipinge la tela senza esitazione ne aspettativa. Pensate allo sportivo immerso nel gioco capace di reagire e anticipare ogni situazione senza una reale consapevolezza. Considerate l’attenzione di un chirurgo in sala operatoria dopo ore di intervento. Questo stato mentale determina una percezione fluida di noi stessi, del nostro ambiente, di ciò in cui siamo coinvolti. Il nostro focus è affilato e preciso, non ci sono pensieri che ci ostacolano, stimoli che ci disturbano. C’è solo quello che stiamo facendo niente di più, niente di meno. Siamo immersi in un luogo psicologico dove siamo liberi.

Trovarsi in un flusso quando creiamo, lavoriamo o facciamo sport, è essenziale, in quanto sfiora le radici della nostra percezione. Secondo coach e psicologi, questo stato psichico è una delle esperienze umane più vere. Dove esprimiamo tutto il nostro autentico potenziale.

Quali delle tue attività innescano un flusso psicologico?

Essere consci di trovarsi in un flusso, saperlo gestire e sapersi abbandonare ad esso è importante per la nostra felicità e il nostro benessere. La mindfulness come approccio mentale e pratico, ci aiuta ad essere coscienti e presenti a noi stessi, anche nei momenti in cui esperiamo un flusso. Sebbene sia un concetto proprio del mondo della meditazione, non è una tecnica di rilassamento ne tanto meno una forma di benevolenza verso gli altri. Parafrasando la definizione classica, mindfulness significa prestare attenzione al momento presente, con intenzione, senza giudicare.

Nella mia esperienza personale implica in buona sostanza, fermarsi. In alcuni casi ponendo attenzione al mio respiro, in altri osservando i miei pensieri. In particolare, riuscire ad accettare e lasciar scorrere i propri ragionamenti, le proprie ansie e idee senza aggrapparsi ad esse, richiede grande disciplina. La mindfulness è in fondo una ricerca di obiettività interiore, una forma di esame delle nostre azioni e pensieri. Un modo di essere presenti a noi stessi. Questo atteggiamento ci aiuta a gestire molte delle nostre emozioni. Esso ci consente di provare gratitudine, di riconoscere un errore o una non corretta interpretazione, in un qui ed ora ben definito. Questa attitudine ci permette di osservare quando ci troviamo in un flusso, cosa proviamo, cosa lo innesca e a quali risultati ci porta.

Mindfulness nella sua traduzione più semplice e forse più banale significa consapevolezza. E’ questo di cui abbiamo bisogno per capire quali sono le nostre esperienze ottimali.

Conosci il significato di Mindfulness?

Dovremmo cercare di vivere ogni giorno l’esperienza del flusso, tanto nella nostra vita personale quanto lavorativa. Per questo comprendere quali sono quelle attività che ci appassionano e ci rendono felici, elencando quali sensazioni, emozioni e pensieri suscitano in noi, è il primo passo verso un vivere più deliberato. Inoltre, è necessario pensare cosa ci impedisce di raggiungere situazioni ottimali, provando a rimuovere tutti i relativi ostacoli. Sono forse le notifiche provenienti dai social media? Forse il continuo squillare del telefono? E’ la presenza di quel collega? Ogni particolare conta, al fine di creare un ambiente che possa favorire una esperienza ottimale.

Quindi, ogni tecnologia che ci rende passivi e ci fa perdere attenzione deve essere allontanata. La forza di una esperienza ottimale, di un flusso, sta nella sua intenzionalità. Dovremmo chiederci anche, cosa favorisca le nostre esperienze più autentiche. Un affidabile collaboratore? Uno specifico momento della giornata? L’utilizzo di un preciso strumento? Rimuovere gli ostacoli, ricercare tutto ciò che favorisce una esperienza ottimale è come preparare il terreno. E’ definire le regole del nostro gioco. Così, grazie a scelte deliberate possiamo riconoscere le condizioni ideali che rendono il nostro presente migliore, più intenzionale.

Cosa ti aiuta ad avere esperienze ottimali?

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