Rinunciare

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Non c’è niente di drammatico nel rinunciare. La rinuncia è una conseguenza di una scelta o è in alcuni casi, una consapevole presa di posizione. In fondo, in ogni decisione vi è una rinuncia, implicita, latente, profonda. La rinuncia fa parte di qualsiasi processo decisionale. Quando scelgo di preparare una torta per i miei bambini implicitamente rinuncio a fare altre cose, come prendersi cura della casa, fare una telefonata ad un amico o semplicemente qualsiasi altra azione alla mia portata in quel preciso momento. Ogni azione, ogni comportamento, ogni gesto, automaticamente ne esclude un altro. Ma rinunciare, oggi, è un verbo con una accezione negativa, circondato da una aurea di diffidenza e sorpresa. Non si può rinunciare a niente, bisogna essere su tutti i fronti, avere tutto, fare di tutto. La rinuncia è intesa come privazione. Ma una reale privazione è ben altro, è un’imposizione, è una costrizione. Proprio perché la società contemporanea è piena di possibilità, di tentazioni senza precedenti, non dettate dalla necessità; perché esitare, perché non cedere all’impulso di comprare, di possedere, di fare esperienze suggerite dalla moda del momento? Cosa ci impedisce oggi di acquistare un nuovo cellulare? Di fare un viaggio a Sharm El Sheik? Di comprare l’ennesimo capo firmato? Eventuali limiti finanziari vengono facilmente superati da pagamenti dilazionati o altre forme di indebitamento. Accumulare rafforza il nostro senso di controllo. Il nostro status sociale spesso si basa su ciò che possediamo. Così, rinunciare è un comportamento che lede il nostro egocentrismo, urta il nostro edonismo, controlla gli impulsi all’acquisto, limita enormemente le meccaniche di comparazione tra noi e gli altri, tipiche del consumismo avanzato. Ecco perché la rinuncia è così difficile da comprendere. Rinunciare consapevolmente è la forma più potente di antagonismo nei confronti della società dei consumi.

A cosa non sei capace di rinunciare?

Rinunciare oggi diventa una scelta morale. Una scelta che implica una riflessione, indipendenza, forza di volontà e consapevolezza. Sì è proprio così, posso scegliere di camminare od usare la bicicletta, invece della macchina. Posso decidere di non comprare l’ultimo modello di smartwatch, visto che lo userò il più delle volte semplicemente per leggere l’ora o leggere sporadicamente qualche email. Posso scegliere di limitare il tempo che passo davanti alla televisione, per iniziare un’attività all’aria aperta o leggere un libro. Il numero di alternative possibili ai comportamenti promossi dalla società dei consumi è enorme e radicato nella rinuncia, come opposizione, come alternativa. Rinunciare a molto di ciò che la massa, il marketing, le cerchie, ci propongono come mode o comportamenti è un atto di indipendenza, di autoaffermazione. È rinunciare alle comodità, non accettare la pigrizia e la passività. E’ un’azione che ci rende liberi, più forti. In particolare, una importante sfumatura nell’atteggiamento che considera la rinuncia come un valore, come una possibilità, una alternativa, è quella di sviluppare una consapevolezza interiore riguardo ciò che ci è veramente utile, veramente necessario, per vivere bene, per vivere in benessere con noi stessi, con ciò che ci circonda, con il mondo. Rinunciare può sviluppare un forte senso di responsabilità nei confronti dei nostri cari, nei confronti del tempo che abbiamo nella nostra vita, nei confronti del prossimo e della natura. Rinunciare disarma e smaschera la futilità.

Credi che la rinuncia possa essere un valore?

Movimenti come il Minimalismo, molto influente in America, o come i movimenti Ecologisti, si fondano sull’idea che in una società capitalistica, dei consumi, dell’abbondanza, la rinuncia abbia un valore liberatorio, morale, ma anche un significato ben più ampio, difficile da inquadrare. Il Minimalismo sostiene come l’abbondanza di oggetti che possediamo ci distoglie dagli aspetti più importanti della vita. Il consumo non consapevole, basato sul impulso, sul desiderio all’acquisto ci rende infelici nel medio e lungo periodo, ci riempie di aspettative che poi vengono inevitabilmente infrante.  Nel minimalismo rinunciare al consumo, rende liberi dalle dipendenze fisiche e psicologiche che i possedimenti materiali generano nel nostro quotidiano, nelle nostre vite. D’altro canto, i movimenti ecologisti affermano come rinunciare a consumare in modo scriteriato sia necessario per rispettare la natura. Limitare il consumo di plastica, piuttosto che utilizzare i mezzi pubblici sono tutte azioni che si oppongono agli strumenti e alle comodità offerte dalla società odierna. In un mondo pieno di possibilità, distrazioni, acquisti, rinunciare ad essi ha un sapore anarchico. La rinuncia acquisisce un valore di ribellione, di disincanto, di presenza, di non accettazione di un sistema. Diventa il fondamento per movimenti che hanno le sembianze di vere e proprie controculture.

Conosci il Minimalismo?

Presenza

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Pochi giorni fa stavo viaggiando in treno. Seduto a fianco del finestrino godevo dei paesaggi della Toscana. Intorno a me osservavo i miei compagni di carrozza. Molti di loro erano immersi nei loro smartphone, alcuni stavano parlando al telefono, altri isolati dalle loro cuffie. Tutto questo mi ha spinto a riflettere sul concetto di presenza. Essere presenti implica una intenzionalità, una sottesa autoconsapevolezza. I mondi digitali, i luoghi virtuali e le esperienze mediate dalla tecnologia sono sempre più presenti nella nostra quotidianità. La loro presenza sempre più massiccia nel nostro vivere, credo manifesti una scelta latente. Orientata a non prestare attenzione al luogo in cui ci troviamo, alle persone che ci sono intorno o al tempo che scorre inesorabile. Preferiamo circondarci solo di ciò che ci piace. Vedere solo quello che ci intrattiene. Interagire con solo quello di cui abbiamo un totale, ma in realtà apparente, controllo. Mi chiedevo in quella rumorosa carrozza se i comportamenti di quelle persone fossero dettate da scelte consapevoli, o fossero semplicemente il risultato di abitudini, di bisogni creati, di alimentate pulsioni. Così, il futuro sembra accompagnarci e guidarci in una realtà sempre più digitale. Dove il concetto di presenza come vicinanza, prossimità, calore umano, condivisione di un tempo e di uno spazio, sembra essere sostituito da una idea di presenza virtuale e mediata dai nuovi strumenti digitali.

Come puoi essere più autoconsapevole?

I cambiamenti repentini, le continue evoluzioni tecnologiche e di conseguenza sociali, sono rapide e sfuggenti. Essere consapevoli, presenti a noi stessi, può essere un utile strumento per comprendere i cambiamenti tecnologici e culturali, senza subirli, senza esserne semplice spettatore. Questo implica però uno sforzo necessario e costante, un investimento di tempo, su di noi. Prendersi del tempo per riflettere, ricercando la solitudine può essere un modo per sviluppare maggiore consapevolezza. Come del resto chiedere agli altri cosa pensano riguardo ai nostri comportamenti ed idee. Costruirsi un opinione riguardo ai temi più rilevanti della nostra cultura, della nostra società, della nostra città, del nostro quartiere, è un investimento sulla nostra indipendenza di pensiero. Essere consapevoli delle nostre debolezze come dei nostri punti di forza, capire i lati del nostro carattere da migliorare. Comprendere con maggior precisione le nostre scelte, rispettando le nostre predisposizioni naturali, senza che queste diventino una scusa, una giustificazione. Essere presenti a noi stessi, è conoscersi attivamente attraverso le lenti di una società che cambia. Mettendo, in alcuni casi, in discussione i nostri valori e le nostre convinzioni. Essere consapevoli è un atto di forza importante, in tempi nei quali i cambiamenti incessanti del mondo frammentano le nostre personalità. Rendendo instabile l’idea, l’immagine che abbiamo di noi stessi.

Quando è l’ultima volta che hai dedicato tempo a te stesso?

Essere presenti a noi stessi non è solo rilevante per la nostra crescita personale. E’ significativo per le persone che ci circondano. Infatti, quando penso al concetto di presenza nella sua accezione più ampia, essa è più che mai una scelta, non occasionale, bensì intenzionale. Per esempio, quando parliamo di amicizia. Essere presenti significa aiutarsi, supportarsi, confidarsi. Nell’amore, la presenza come vicinanza emotiva, come empatia, come sostegno, è il fondamento di una relazione basata su fiducia e rispetto.  Nel lutto, la presenza è quella costante voglia di esserci a supporto di un amico, di un familiare, lungo tutte le fasi del suo dolore. Senza dubbi, ma solo con amore. Nel lavoro significa comprendere il proprio ruolo, le proprie responsabilità, agire e comunicare con integrità. Essere presenti nella vita degli altri, come nella nostra, è una scelta, è una volontà. Oggi, come non mai, abbiamo a disposizione molti modi per entrare in contatto, per far sentire la nostra vicinanza, per non far mancare la nostra presenza.

Ti stai dedicando alle relazioni con le persone a te care?

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