Cambiare

Tempo di lettura 3/4 minuti

Cambiare noi stessi. Le nostre attitudini, i nostri punti di vista, quello che pensiamo di essere, le nostre percezioni o convinzioni, è spesso complicato.

Ma è inevitabile. Necessario, in un mondo come quello contemporaneo, nel quale tutto cambia in fretta, senza un chiaro orientamento.

Siamo costretti a cambiare.

Un obbligo per i più. Un dovere per alcuni. Un piacere per pochissimi.

Come affronti il cambiamento?

Coloro che riescono ad affrontare il cambiamento, senza diventare vittime di esso, hanno qualcosa che li sostiene.

Sono in grado di accettarlo, lo accolgono. Si mettono in condizioni di comprenderlo.

Con strumenti razionali, spirituali o religiosi riescono ad abbracciare questa inevitabile condizione umana senza subirla.

Quanto è difficile per te cambiare le tue abitudini?

Accettano. Credono. Comprendono.

Non si oppongono al cambiamento, ammettono la possibilità di qualcosa di diverso. Mettono da parte se stessi e il loro ego.

Sono convinti di poter agire di poter evolvere, cambiare, di muoversi in una direzione. Sono agenti e non vittime, sanno che possono fare. Non si concentrano su quello che non sono, non sanno o non possono. Hanno fiducia.

Sanno che muovendosi, saranno in grado di arrivare a cogliere l’essenza di ciò che cambia. Delle loro convinzioni limitanti, dei loro pregiudizi, delle paure, che hanno impedito loro di cogliere il valore del cambiare.

Ogni cambiamento è una sfida?

Continua a farti domande…

grazie ad una immagine…grazie ad una parola…grazie ad un tweet

Coraggio

Tempo di lettura 6 minuti

Trovo che il valore di questa parola venga spessa malinteso. Coraggiose vengono considerate le persone senza paure, che dicono di non averne o le quali si atteggiano come impavidi. In alcuni casi, i coraggiosi vengono confusi con gli ostinati, con i senza cervello, con coloro che non sanno accettare.

Immersi nella loro coerenza e nelle loro convinzioni, che considerano assolute, si esibiscono in comportamenti guidati solo dai loro istinti, dalle loro passioni, dalle loro ideologie totalizzanti e implicitamente totalitarie. Le loro azioni “coraggiose” celebrano il loro narcisismo, il loro ego.

Il coraggio viene costantemente frainteso con l’eroismo. L’eroismo è un termine pieno di coraggio, ma l’eroe è un coraggioso che ha avuto intorno a sé persone che abbiano assistito alle sue gesta, persone che abbiano raccontato le sue azioni.

L’eroe è semplicemente un coraggioso su un palcoscenico. Costruito intorno a lui o su cui si stava esibendo.

Proprio per questo nel nostro piccolo, nel nostro quotidiano siamo più coraggiosi di quanto possiamo immaginare, di quanto si possa raccontare, siamo spesso eroi senza una platea.

Quando una persona è coraggiosa?

Vi sono esempi di coraggio ovunque. Non se ne parla, sono storie di cui non si racconta e di cui spesso non si vuol parlare. Persone che combattono malattie e disgrazie con un sorriso. Donne e uomini che regalano il proprio tempo a chi ne ha bisogno, senza chiedere nulla in cambio. 

Persone che accettano la condizione umana, fatta di incertezza e sofferenza. Le quali esprimono gratitudine in ogni loro gesto, semplicemente perché vive, perchè si sentono parti integranti del mondo.

C’è un coraggio interiore, spesso sottovalutato e non narrato. Il coraggio di accettare la nostra situazione umana giorno per giorno. Quello di dare il benvenuto alle nostre paure e alle nostre incertezze come parte di un cammino più vasto, ancor più sconosciuto.

Questa comprensione dell’essere umano, questo coraggio nell’accettare la condizione umana è un azione potente, transformativa, portatrice di azioni compassionevoli, pensieri umili, idee universali. 

Questo è per me il vero coraggio. Il più autentico.

Quando ti hanno detto “sei stato coraggioso…” ?

Questo coraggio interiore, questa spinta interna diretta verso il mondo, crea valori. Crea comportamenti orientati non verso l’ego, bensì verso gli altri. Questo spirito coltivato nel quotidiano tra i nostri pensieri e le nostre riflessioni, sviluppa un coraggio civico.

Un coraggio diretto al miglioramento della condizione della civiltà umana, dell’umanità.

Un coraggio civico, con il quale si sfida l’impopolarità con gesti spontanei e sentiti, si ricerca il vero credendo nella giustizia.

Si diventa più responsabili quando si ha la capacità di accettare.

Uomini e donne che hanno il coraggio di vivere responsabilmente, consapevoli del peso della condizione umana. Capaci di riconoscere l’altro e di riconoscere la vita come valore universale che non può essere schiacciato da nessun’altro ideale o convinzione.

Diamo per scontata la nostra condizione umana, senza essere consapevoli del coraggio necessario per affrontarla giorno dopo giorno.

Oggi, quando hai avuto coraggio?

Continua a farti domande…

grazie ad una immagine…grazie ad una parola…grazie ad un tweet

Velocità

Tempo di lettura 6/7 minuti

La velocità e’ una grandezza di notevole rilevanza scientifica, in particolare nella fisica. E’ il risultato di una semplice ed intuitiva operazione di divisione tra lo spazio e il tempo. Allo stesso modo, il concetto di velocità ha un valore latente nella società contemporanea, ben oltre la sua mera grandezza scientifica. Esso misura il progresso sociale ed economico. Quando parliamo di velocità, infatti, dibattiamo di un elemento cardine della società e del pensare contemporaneo. Oggi essere veloci e’ la normalità. Pensare come se ci trovassimo su Twitter, lavorare in multitasking, comunicare come e tramite chat. Le analogie con il mondo digitale potrebbero proseguire a lungo.

Così come un prodotto tecnologico o una connessione al web non possano essere lenti, noi non possiamo permetterci esitazioni, la lentezza è uno stigma. Siamo inebriati da ciò che è istantaneo. La velocità e’ diventata una qualita’, una connotazione necessaria, che permea molteplici aspetti del nostro vivere. Produrre velocemente, risultati, dati, idee, prodotti e’ indispensabile. Un individuo, come del resto un qualsiasi articolo digitale, non può’ essere lento. Pochi professionisti, pochi uomini, pochi strumenti, possono permettersi di essere lenti. La velocità e’ diventato un connotato del quotidiano, non si può’ rallentare, non si deve rallentare.

Pensi che essere veloci, nel fare come nel pensare, sia una qualità?

La velocità aumenta, più essa aumenta e più mi convinco che questa ricerca, questo affanno, non abbia solo ragioni economiche o culturali, ma forti tinte psicologiche. La continua ricerca di velocità è una manifestazione della nostra impotenza nei confronti del tempo. Se da un lato, riusciamo a controllare lo spazio. Lo modifichiamo ogni giorno, lo rendiamo nostro. Spostiamo oggetti, costruiamo edifici. Dall’altro, il tempo è l’unica cosa che ci sfugge.

Così cadiamo nel trabocchetto del nostro ego, il quale incapace di controllare il tempo, ci spinge a fare e a disfare con ritmi sempre più incalzanti. Perchè il tempo non è mai abbastanza, esso avanza incurante senza di noi. Non siamo più abituati ad aspettare, non coltiviamo la pazienza. Andiamo veloci perchè cerchiamo di guadagnare secondi, minuti, sebbene sia impossibile. Siamo ossessionati dall’inevitabile scorrere del tempo. L’unico modo che abbiamo per contrastarlo è ricorrere alla velocità, al necessario avanzamento, al progresso.

In fondo, coloro che sono lenti o che volutamente scelgono di non affannarsi, hanno scelto in modo consapevole o inconsapevole che il tempo scorra inevitabilmente.

Pensi di saper gestire il tuo tempo?

La velocità, la frenesia, il voler fare tutto e subito è anche una semplificazione. E’ seguire un impulso. Fermarsi, riflettere, non solo e’ socialmente meno accettato, ma e’ anche più complesso da giustificare e da gestire. Si perchè andare veloci non richiede di guardarsi attorno, di comprendere. Ci si butta a capofitto sulla prossima cosa da fare, velocemente sul prossimo pensiero. Bisogna fare per essere, o quanto meno per avere un sé socialmente riconosciuto. Non ti devi guardare intorno, hai una giustificazione sempre pronta. Sei impegnata, sono di fretta, sono in ritardo, non posso, ho da fare. Tutte socialmente accettate, tutte moralmente discutibili.

Il nostro ego, il nostro io, è al centro, non c’è spazio per altro. Avere una visione d’insieme, avere un orientamento, non essere sempre affogati nel micro management della vita professionale e quotidiana è difficile, per molti di noi quasi impossibile. E’ molto più semplice andare di fretta, dove non è richiesto il pensiero, tanto meno la comprensione. Nell’attività, nella frenesia, ci lasciamo cullare dal nostro ego e dalle nostre pulsioni. Così, dare sempre la precedenza a noi stessi fa perdere senso all’essere umano, fa perdere il senso di essere parte di un contesto, di un mondo.

Come ti senti, quali sensazioni provi quando sei di fretta?

Ruolo


Tempo di Lettura 8 Minuti

La nostra vita è come un gioco di ruolo. Ogni giorno siamo chiamati ad interpretare diversi ruoli, i quali implicano numerosi doveri e comportamenti attesi. Possiamo essere madri, imprenditrici, santoni, disoccupati, direttori, avatar virtuali e molto altro ancora. Alcuni di questi ruoli sono etichette che ci vengono attribuite, altri sono ruoli che ci coinvolgono e ci appassionano. Accade spesso di trovarsi a parlare di lavoro anche nel tempo libero o di controllare le ultime notifiche dei nostri social durante una riunione. In alcuni casi, di avere comportamenti direttivi, come se ci trovassimo in ufficio, con i nostri familiari. Alcuni ruoli rimangono aggrappati al nostro io, finiscono per oscurare la nostra personalità, condizionano i nostri pensieri.

L’accessibilità pressoché illimitata alle nostre email di lavoro o alle comunicazioni con i colleghi, come dall’altra parte, a diverse forme di intrattenimento, sovrappongono comportamenti e aspettative in modo schizofrenico. Il nostro io è fluido, i nostri ruoli sono frammentati. La frenesia che a volte viviamo nel nostro quotidiano, i dover essere di cui ci illudiamo e le aspettative di cui ci circondiamo tendono a far collimare uno sull’altro i ruoli che interpretiamo di giorno in giorno. Rendendoci incapaci di esprimere la nostra personalità, le nostre autentiche intenzioni.

Così i ruoli sono sempre più labili e ci troviamo disorientati dalle nostre stesse azioni o incapaci di riflettere sui nostri comportamenti.

Ti porti spesso il “lavoro” a casa?

La soluzione a questa situazione è di stampo aristotelico. Dobbiamo ricercare un giusto mezzo, a volte un compromesso. Facile a dirsi, difficile a farsi. L’equilibrio non è proprio di noi umani, eppure ricercarlo non è un vano obiettivo. Riuscire a destreggiarsi tra i ruoli e le loro prerogative è una azione che guarda al nostro benessere. Le responsabilità e i doveri si ampliano con l’aumentare delle attività e dei ruoli in cui siamo coinvolti.

Nel lavoro come nel tempo libero, imparare a dire no può essere un primo passo per una maggiore presenza a noi stessi,  una apertura alla nostra personalità. Ogni tanto dire qualche no fa bene al nostro io e alle nostre ambizioni. Come quando sul lavoro vi chiedono uno straordinario ma avete una promessa in famiglia da mantenere. Come quando volete vedere un evento sportivo da molto tempo e un vostro amico vi chiede un favore. Per trovare un equilibrio tra i mille impegni a cui siamo chiamati e far si che non vi siano conflitti, anche fermarsi e avere spazio per definire le proprie priorità, è una positiva e semplice azione. A causa dell’inaudito aumento delle possibilità che abbiamo di essere intrattenuti durante il tempo libero, il quale è ormai definito quanto il nostro orario di lavoro.

Siamo occupati tra le attività dei figli, gli hobby, le vacanze, i media e tutte le imperdibili novità del momento. Per assurdo tre o quattro generazioni fa si lavorava di più, ma non si parlava di stress. Proprio per questo, riappropriarsi del tempo libero come tale, definendo quali sono le priorità e dicendo no ad attività che non apportano un reale beneficio a noi stessi o ai nostri cari, è una mossa che permette di creare quegli spazi necessari per essere più consapevoli di noi e dei nostri ruoli. 

Quando è l’ultima volta che hai detto “No!” ?

In sociologia, molto è stato detto riguardo alle dinamiche di ruolo. Goffman, sociologo canadese, sostiene che la società moderna non permette mai una vera e propria distanza dal ruolo. Portando alcuni esempi: quello di un poliziotto fuori servizio incapace di guardarsi attorno senza scorgere potenziali pericoli o illeciti, o del medico incapace di liberarsi della sua professionalità anche fuori dal suo ambiente di lavoro.

Per Goffman, attori e teatranti, sono i soli in grado di padroneggiare i ruoli senza rimanerne intrappolati. Così, vi sono situazioni nel nostro quotidiano in cui la tensione tra ruolo e persona può diventare difficile da gestire, portando stress e conflitti interiori. Mantenere una distanza dal ruolo, come sostiene Goffman, può essere considerato un atto estremamente democratico in un ambiente fortemente gerarchico. Un modo semplice ed efficace per affermare la propria personalità. Un atto di consapevolezza, una forma di riduzione delle tensioni.  Anche la psicologia, con l’analisi di Berne o altri autori come Fromm, Adler o Rogers, ha affrontato le dinamiche di ruolo sottolineando quanto esse influenzino i nostri comportamenti quotidiani.

Nonostante ciò è ragionevole concludere questa riflessione sul ruolo parafrasando il filosofo Stoico Epitteto, il quale sosteneva che nella vita interpretiamo diversi ruoli, giochiamo con essi. Ma il nostro valore morale emerge nel momento in cui siamo capaci di muoversi fra essi quando sono in conflitto. Dato che, secondo il filosofo greco, dei tanti ruoli che possiamo avere nella vita, non dobbiamo e non possiamo mai dimenticarci quello di esseri umani.

Quale esperienza ti ha fatto sentire un essere umano?

Continua a farti domande…

grazie ad una immagine…grazie ad una parola…grazie ad un tweet