Viaggiare

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Non so se sia più importante viaggiare con l’immaginazione o con i propri piedi. Entrambi sono strumenti molto potenti. L’immaginazione ci ha portato così lontano, ha creato scenari impensabili fino a poco tempo fa. I nostri piedi, invece, ci hanno permesso di scoprire la natura e ciò che ci circonda, il nostro ambiente, il nostro territorio. Sono strumenti in disuso, dato che l’idea del viaggio ha perso molta della sua poesia, molta della sua fatica, sia fisica che intellettuale.

Oggi viaggiare è un termine comune nel nostro vocabolario, in quanto, appena nominiamo questo verbo vengono in mente le vacanze, luoghi esotici, il turismo, i selfie, le foto, la continua soddisfazione del nostro narcisismo, del nostro edonismo.

Viaggiare è divenuto un prodotto, dato che chiunque può raggiungere posti fino a pochi anni fa inaccessibili.

Viaggiare non è più una esperienza unica.

Viaggiare è facile, tanti sono i mezzi che ci permettono grandi spostamenti.

Ma in ogni semplificazione, vi è sempre una perdita. Riducendo il viaggio ad un prodotto, ad una immagine, ad una bandierina su una mappa, perdiamo il suo senso metaforico ed esistenziale.

Cosa ti spinge a viaggiare?

Credo vi sia un senso metaforico nel viaggiare. Un parallelismo latente con la vita, con il lato più autentico dell’umanità. La nostra vita è un viaggio da una origine sconosciuta, ad uno sconosciuto punto d’arrivo. Non sapendo molto di noi e del nostro finale ultimo, la vita dovrebbe insegnare quanto il viaggio stia nel cammino. Con le sue discese e le sue salite. Viaggiare significa apprezzare il percorso, godere dei passi, guardarsi intorno, trovare valore nel nostro quotidiano. Inoltre, penso che non si possa parlare di viaggio, nel suo senso più vero, come del resto della vita, se non ci si trovi di fronte a situazioni che ci destabilizzano, che ci fanno sentire inadeguati, che portano al confronto. Non c’è crescita senza confronto.

Il viaggio assume ancor più valore, nel momento in cui crea un senso di difficoltà, non piacevole, non comodo, sia a livello mentale che culturale. Il viaggio dovrebbe nutrire la nostra capacità di connessione con il mondo. Non essere un esercizio di narcisismo. Forse è proprio la facilità con cui si viaggia in questi giorni con treni, voli e pullman, che ha reso il viaggiare svilito del suo valore più importante, quello del confronto e della comprensione. Non c’è comprensione e confronto in un resort staccato dalla comunità locale. Non c’è confronto, tanto meno comprensione, nelle aree turistiche dove vi è una ripetizione di gadgets, souvenirs, prodotti, negozi. Non c’è confronto in quel turismo digitale dettato da anticipazioni, da post, video e da foto modificate da filtri che rendono i luoghi reali, falsi e pieni di aspettative.

Viaggiare si è trasformato in una acquisizione di immagini, di esperienze, senza una loro comprensione culturale, locale. Abbiamo perso la metafora del viaggio, perché essa era contraddistinta da un passato, un presente e un futuro. Le nostre orme, il nostro cammino, l’orizzonte. Oggi non abbiamo più questa idea di un cammino, di un percorso. Il nostro zaino è vuoto, il nostro orizzonte è grigio, conta solo il qui e l’ora. Dobbiamo essere intrattenuti, c’è la necessità di piazzare bandierine. Ormai è difficile viaggiare senza una meta, per la scoperta pura e autentica, per dar valore all’altro, per riconoscere valore ad una cultura. La scoperta è essa stessa divenuta un intrattenimento, una distrazione, un obiettivo.

Il viaggio è ancora una metafora della vita?

Viaggiare assolve anche una funzione esistenziale. Ci fa percepire quanto diverso possa essere il mondo rispetto a quello dove viviamo, rispetto a quello mediato dalle nuove tecnologie. Ci fa capire la piccolezza delle nostre esperienze rispetto a quelle di un mondo fatto di bilioni di occhi, orecchie e vissuti diversi dai nostri. Ci rende modesti, rispettosi, di fronte alla vastità dei paesaggi, della natura, degli artifici umani.

Un viaggio dovrebbe rendere più umili, sta lì la sua funzione esistenziale. Ci rende parte di un cosmo ben lontano dal nostro giardino, dal nostro paese, dalla nostra città. Ci fa comprendere il numero di culture, di ambienti, di personalità possibili. Amplia e allo stesso tempo rende infinitesimali le conoscenze che acquisiamo. Viaggiare grazie a tutto questo, ci dovrebbe rendere nuovi, ogni volta che torniamo a casa.

Come ti senti al rientro da un viaggio?

Paesaggio

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Tra le morbide curve delle colline umbre è facile trovarsi a vagare con il pensiero. Tra riflessioni e semplici associazioni di idee. Accompagnati da un paesaggio spesso naturale, alcune volte rurale, raramente urbano. Tra quei panorami mi sono chiesto che cosa rappresenti il paesaggio per noi osservatori. Seguendo una tra le definizioni più autorevoli, il paesaggio è una parte di territorio che si abbraccia con lo sguardo da un punto determinato.

Nella sua generalità, questa descrizione supporta una delle giocose riflessioni avute tra le colline del centro italia. Siamo noi che con il nostro sguardo, delimitiamo il paesaggio, lo circoscriviamo, lo rendiamo definito. Il paesaggio diventa un oggetto, una entità estetica. Noi ci scindiamo da esso e ne siamo artefici, come uomini, ma soprattutto come osservatori. In questo atto, c’è un qualcosa di velatamente umano, intrinsecamente egocentrico. Perdiamo il quadro generale, la visione di insieme, cioè che noi siamo parte del paesaggio e siamo elementi attivi di esso.

Quali paesaggi ti hanno fatto riflettere?

Noi siamo parte della natura. Siamo degli elementi influenti nell’ecosistema terrestre, infinitesimali nell’ecosistema universale. Così, ogni volta che il nostro sguardo mira uno splendido panorama in realtà coglie porzioni irrisorie di mondo, per alcuni apparentemente sconfinate. Proprio in questi momenti realizziamo la nostra minutezza.

Questi istanti, dovrebbero aiutarci ad essere più umili, a comprendere che siamo parte di un paesaggio ben più vasto. Dovrebbero farci realizzare che il nostro agire quotidiano influenza la bellezza, la salute, ma soprattutto il futuro, di ogni paesaggio. Dato che non siamo solo spettatori dei molteplici teatri naturali. Siamo responsabili nei confronti di ognuno di essi. Le nostre azioni influiscono su ciò che circonda noi e la nostra specie. Quella che noi definiamo natura è il territorio su cui abbiamo fondato i nostri paesaggi.

Come rispetti la natura nel tuo quotidiano?

Tra gli esempi dei nostri artifici troviamo le città. Esse rappresentano il paesaggio urbano, l’unica vera parte del territorio dove siamo intervenuti creando dei veri e propri ecosistemi artificiali. Dove il nostro sguardo ricade, definendo e vivisezionando un territorio, che solo noi come esseri umani, siamo in grado di tradurre. Dove la natura, il paesaggio naturale, sono essi stessi riprodotti o confinati. La città è la culla del progresso, dove la vita diventa frenetica, più veloce, più coinvolgente. L’habitat dell’uomo contemporaneo. In una città, vi è un vero territorio, un vero paesaggio in quanto specifico, delimitato, da architetti e ingegneri.

Il paesaggio urbano è dove siamo artefici, dove continuiamo a creare, a produrre. Dove tutte le nostre contraddizioni si manifestano in modo evidente. Dove tutte le nostre abilità e qualità prendono forma. All’interno di questo paesaggio, non siamo esenti da responsabilità. Non solo è nostro obbligo, agire e partecipare attivamente al benessere del nostro quartiere. E’ nostro dovere non dimenticarci di essere parte di un ecosistema ben più grande. Le città, seppur affascinanti e magnetiche, rimarranno sempre parte di un paesaggio ben più vasto chiamato natura.

Come contribuisci al benessere del tuo quartiere?