Crescere

Mi chiedo spesso cosa significhi crescere. Come questo verbo si leghi indistintamente al concetto di maturità, ma anche a quello di progresso. Una persona è cresciuta, sta crescendo, quando sviluppa cosa? Si comporta in quale modo?

Quando diventa autonoma? Nel momento in cui sa prendersi cura degli altri? Se è responsabile?

Quando una società cresce? Quando una cultura è matura? C’è un momento in cui uno stato è realmente sviluppato?

Il concetto di crescita, di maturità, ha molte sfumature spesso tralasciate, spesso volutamente messe da parte.

Per fortuna, non si è mai del tutto maturi, non si è mai del tutto cresciuti. Crescere non credo sia un bene come si pensa, ma bensì un obbligo sociale, una convenzione necessaria per mantenere un ordine. Un obiettivo di orientamento di qualsiasi società di stampo capitalista.

Trovo molto più valore, onestà e verità in un sorriso di un bambino che in uno adulto. Molto più valore nel principiante che nell’esperto. Una latente e scomoda verità nelle economie solidali, alternative, alla finanza, al mero profitto.

Uomini e donne con molte esperienze alle loro spalle, mancano di umiltà. Ogni processo di crescita è in fondo una progressiva perdita di modestia.

Credi di essere una persona matura?

Infatti comunemente, crescere significa acquisire gradualmente un certo controllo sulla realtà, su ciò che ci circonda. Una illusione. Una velleità. Ci raccontiamo una storia, utile a darci stabilità, utile nel definirci in un contesto sociale. Fondamentale per non sentirsi esclusi, fondamentale per essere accettati.

Uomini e donne che hanno avuto molte esperienze nella loro vita, sentono il dovere di consigliare gli altri. Sono gli esperti, spesso inconsapevoli della loro limitata concezione del mondo.

Crescere è non fermarsi, è non sentirsi arrivati, mai. Significa essere consapevoli della mancanza di controllo sulle nostre vite. Liberi nel presente, liberi nell’attimo. Umili di fronte agli altri, umili nei confronti della vita.

Una forma di autoconsapevolezza, una percezione della realtà, che implica la tacita accettazione dell’instabilità e del continuo cambiamento.

Credi di avere controllo sulla tua vita?

Ogni atteggiamento psicologico, trova il suo riflesso nella cultura, nelle idee condivise. Così la crescita scientifica, economica e politica, si è sempre sviluppata attraverso dei percorsi lineari. Tutti direttamente o indirettamente legati a maggiori forme di controllo. Regole, principi, indicatori, criteri.

Eppure più sembriamo crescere, sviluppare ed elaborare miglioramenti. Più ci rendiamo conto di quanto ci sfugge, di quanto ancora non riusciamo realmente a comprendere. Aumentiamo il controllo per fuggire dalla libertà, parafrasando Fromm. Cresciamo per dare un senso, un obiettivo alla vita.

Inconsapevoli ancora una volta che qualsiasi forma di crescita è ciclica e non lineare. E’ finita, e non infinita.

Senza obiettivi, saremmo autenticamente umani?

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Coraggio

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Trovo che il valore di questa parola venga spessa malinteso. Coraggiose vengono considerate le persone senza paure, che dicono di non averne o le quali si atteggiano come impavidi. In alcuni casi, i coraggiosi vengono confusi con gli ostinati, con i senza cervello, con coloro che non sanno accettare.

Immersi nella loro coerenza e nelle loro convinzioni, che considerano assolute, si esibiscono in comportamenti guidati solo dai loro istinti, dalle loro passioni, dalle loro ideologie totalizzanti e implicitamente totalitarie. Le loro azioni “coraggiose” celebrano il loro narcisismo, il loro ego.

Il coraggio viene costantemente frainteso con l’eroismo. L’eroismo è un termine pieno di coraggio, ma l’eroe è un coraggioso che ha avuto intorno a sé persone che abbiano assistito alle sue gesta, persone che abbiano raccontato le sue azioni.

L’eroe è semplicemente un coraggioso su un palcoscenico. Costruito intorno a lui o su cui si stava esibendo.

Proprio per questo nel nostro piccolo, nel nostro quotidiano siamo più coraggiosi di quanto possiamo immaginare, di quanto si possa raccontare, siamo spesso eroi senza una platea.

Quando una persona è coraggiosa?

Vi sono esempi di coraggio ovunque. Non se ne parla, sono storie di cui non si racconta e di cui spesso non si vuol parlare. Persone che combattono malattie e disgrazie con un sorriso. Donne e uomini che regalano il proprio tempo a chi ne ha bisogno, senza chiedere nulla in cambio. 

Persone che accettano la condizione umana, fatta di incertezza e sofferenza. Le quali esprimono gratitudine in ogni loro gesto, semplicemente perché vive, perchè si sentono parti integranti del mondo.

C’è un coraggio interiore, spesso sottovalutato e non narrato. Il coraggio di accettare la nostra situazione umana giorno per giorno. Quello di dare il benvenuto alle nostre paure e alle nostre incertezze come parte di un cammino più vasto, ancor più sconosciuto.

Questa comprensione dell’essere umano, questo coraggio nell’accettare la condizione umana è un azione potente, transformativa, portatrice di azioni compassionevoli, pensieri umili, idee universali. 

Questo è per me il vero coraggio. Il più autentico.

Quando ti hanno detto “sei stato coraggioso…” ?

Questo coraggio interiore, questa spinta interna diretta verso il mondo, crea valori. Crea comportamenti orientati non verso l’ego, bensì verso gli altri. Questo spirito coltivato nel quotidiano tra i nostri pensieri e le nostre riflessioni, sviluppa un coraggio civico.

Un coraggio diretto al miglioramento della condizione della civiltà umana, dell’umanità.

Un coraggio civico, con il quale si sfida l’impopolarità con gesti spontanei e sentiti, si ricerca il vero credendo nella giustizia.

Si diventa più responsabili quando si ha la capacità di accettare.

Uomini e donne che hanno il coraggio di vivere responsabilmente, consapevoli del peso della condizione umana. Capaci di riconoscere l’altro e di riconoscere la vita come valore universale che non può essere schiacciato da nessun’altro ideale o convinzione.

Diamo per scontata la nostra condizione umana, senza essere consapevoli del coraggio necessario per affrontarla giorno dopo giorno.

Oggi, quando hai avuto coraggio?

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Passato

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Il passato è una parte di noi, indubbiamente ci ha formato. Inevitabilmente continua ad influenzare gran parte delle nostre scelte quotidiane. Il passato è uno strumento, è una risorsa a nostra disposizione da cui attingere regolarmente.

Il passato è prima di tutto un qualcosa che non esiste più, se non nelle nostre menti. Le memorie e i ricordi sono spesso fallaci, distorti, da processi consci ed inconsci. I quali impattano, con una certa costanza, su quale è la percezione di noi stessi e come vediamo gli altri. Quindi attingere costantemente dal passato, riferimenti per scelte e comportamenti, può non rivelarsi sempre la scelta più opportuna in base al contesto in cui ci troviamo.

Da parte tua, quanto un comportamento o un evento passato è preso come un riferimento?

Il passato insegna è vero, non per questo, non può essere messo in discussione. Le esperienze che viviamo positive, come quelle negative vengono categorizzate, immagazzinate dentro di noi. Quando situazioni simili possono ripresentarsi, non necessariamente non possiamo dare alla vita una possibilità di sorprenderci, magari in positivo.

Di frequente, prendiamo decisioni sulla base delle informazioni che abbiamo acquisito e più l’età avanza, più queste informazioni aumentano e provengono da esperienze passate. Si può divenire schiavi del passato, dell’immagine che ci siamo assegnati, delle esperienze negative che abbiamo avuto. Bisogna credere e attingere al passato, ma con riserve. Affidarsi ad esso in modo acritico, purtroppo potrebbe essere la fine di ciò che ci rende vivi, cioè il diverso e l’inatteso.

Quante volte hai detto no, in base ad una esperienza negativa vissuta in passato?

La lettura che diamo al nostro passato si lega spesso ad esperienze positive, ad emozioni, che confermano un mondo, una idea di noi stessi, alcune nostre credenze. In questo non c’è niente di male, diamo valore al positivo a ciò che accresce il nostro ego, il nostro narcisismo. A ciò che conferma e non a ciò che ci rende instabili.

Rivisitiamo costantemente il nostro passato per giustificare o elogiare la nostra condizione presente. Soprassediamo i nostri fallimenti, ci dimentichiamo dei nostri errori. Il nostro passato è più fluido e meno definito di quanto si possa immaginare.

I nostri fallimenti, le nostre esperienze negative, non potranno mai ripresentarsi allo stesso modo. Non dobbiamo dimenticare che i nostri ricordi, le nostre memorie, si costituiscono di vissuti nei quali eravamo diversi da quello che siamo ora. Non dobbiamo farci condizionare dalle esperienze passate. Esse indicano quali luoghi dobbiamo visitare per crescere, quali stati mentali dobbiamo raggiungere per affrontarle.

Sconfitte, fallimenti, dolori, privazioni, hanno un enorme valore. Niente educa più della sconfitta. Solo il fallimento ci permette di crescere più forti. I dolori e le privazioni stimolano la gratitudine. Il passato è un grande strumento di miglioramento.

Perchè abbiamo la capacità di rendere ogni vissuto nuovo. Abbiamo la capacità di rendere un comportamento abitudinario diverso, perchè possiamo essere consapevoli e dirigere la nostra attenzione. Possiamo farlo, sempre. Per questo come guardiamo al passato è fondamentale per capire come viviamo il presente.

Cosa hai imparato dai tuoi fallimenti?

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Daydreaming

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Daydreaming e’ una parola inglese. Mi piace. Significa sognare ad occhi aperti, significa immaginare, fantasticare, ma in un senso ampio, quasi vago. E’ una forma di autentica evasione da un contesto sociale e fisico, spesso limitante per le capacità creative della nostra mente. Il daydreaming e’ liberatorio, rompe vincoli e crea realta’. Mi trovo ad immaginare situazioni, contesti, persone e le loro reazioni. Anticipo possibili eventi, ma spesso, ne creo dal nulla.

Mentre sogno ad occhi aperti, in alcuni casi sto guardando il soffitto, ma in realta’, in quell’esatto momento per me, quel soffitto non esiste. In altri passeggio, ma non sto realmente passeggiando sono inconsapevole del mondo reale. Creo mondi per diletto, situazioni per gioco e contesti per mettermi alla prova. Mi trovo in due mondi contemporaneamente, uno dato e fisico, uno creato e mentale.

Pensi che fantasticare sia tempo perso?

Quando fantastichiamo in realtà riscopriamo il nostro lato più infantile. Quel poetico fanciullino che con il passare del tempo sopisce, investito dalle responsabilita’, dai doveri, dalla mancanza di tempo, da una realtà spesso fin troppo crudele. Il fanciullo che c’e’ in noi ci permette di giocare con la realtà. I bambini sono i prototipi dei daydreamer, loro giocano con il reale’ e continuano a creare mondi fatti di eroi, illusioni e immagini. Sognano ed immaginano costantemente ad occhi aperti. Purtroppo, crescendo perdiamo questo potere creativo.

Solo coloro che lavorano in ambito artistico, mantengono questo rapporto privilegiato con la realta’. Il daydreaming e’ necessario per tutti gli artisti e creativi. Ma cosa perdiamo quando smettiamo di sognare ad occhi aperti? Perdiamo felicita’, perdiamo creativita’, perdiamo significati e possibilità, ma perdiamo anche ciò che quotidianamente e’ impossibile, a causa dei vincoli della realtà. L’immaginare e’ una facoltà che non ci possiamo permettere di perdere. Il sognare e’ un momento unico e nostro. Non possiamo essere barattare, dimenticare, né il sogno né l’immaginazione.

Quanto spessi sogni ad occhi aperti?

Credo fortemente che ciò che immaginiamo esista. Siamo noi che gli diamo una vita. Siamo noi che creiamo, pur costruendo sulla base di riferimenti reali. Il sogno, il daydreaming, si distacca dal mondo fisico e ci libera. Ci conferisce una leggerezza non comparabile, con qualsiasi esperienza reale. Il daydreaming ha un valore. Ci permette di immaginare scenari e fatti, vagando tra possibili situazioni. Ci permette di visualizzare con gli occhi della mente, eventi spesso altamente improbabili, così da prevenirli e anticiparli.

Molti atleti usano tecniche di visualizzazione, sognando ad occhi aperti, prima di prepararsi alla competizione. Immaginano un esito positivo, una vittoria, un gesto tecnico vincente. Preparano il proprio corpo e la propria mente a vincere, a trovare soluzioni nei momenti di difficoltà. L’immaginazione e’ anticipatrice. Ci permette di affrontare l’improbabile. Sognare ci fa stare bene, ci fa gongolare in una realtà in cui siamo protagonisti, e’ la nostra valvola di sfogo, per stress, insoddisfazioni e delusioni. Sognare permette di coltivare speranza e trovare energie verso il cambiamento.

Come ti senti quando sogni ad occhi aperti?

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Immagine

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Ci troviamo in una società delle immagini. E’ un fatto. Guardatevi intorno quando siete per strada, provate a contare il numero di cartelloni pubblicitari che si susseguono uno dopo l’altro. Accendete la televisione, strumento principe di imposizione e creazioni delle immagini, e fate zapping tra i differenti canali. Date un sguardo alle ultime notifiche sul vostro smartphone o all’ultima condivisione sul vostro social preferito. Immagini, immagini, immagini. Ma cosa rende l’immagine così influente, così diffusa, nel contemporaneo?

L’immagine è una forma di controllo del tempo e dello spazio, immortala un attimo, lo rende statico, lo rende osservabile nella sua interezza. L’immagine offre agli occhi di chi osserva una fotografia, un post, o un video, una sensazione di controllo, inaccessibile nel flusso visivo quotidiano. La forza dell’immagine sta nell’aver colto un istante, rappresentando una staticità inesistente nel mondo di tutti i giorni. E’ questo che le dà vigore, l’immagine è capace di generare e dare idee, associazioni, connotazioni, rappresentazioni, emozioni, status e valori, statici e ben identificabili.

Raffigura un momento che non sarà mai più tale. Mai più uguale. Proprio per questo ne siamo ossessionati. Osservare una immagine è come prendere controllo dello spazio e del tempo. Spesso però ci di dimetichiamo che gran parte delle immagini dei nostri giorni sono mediate, prodotte, imposte.

Quanto conta l’immagine che gli altri hanno di voi?

L’immagine che coltiviamo di noi stessi è importante per la nostra crescita personale, sviluppa in noi quel senso di sicurezza che ci permette di affrontare sfide e problemi. Essa è influenzata nel corso della nostra vita da eventi, persone, esperienze e culture. Ci facciamo una idea di noi che spesso ci rende forti, ma altrettanto spesso ci limita. Liberarci da una immagine è come evadere da una gabbia, a volte chiusa dall’interno, altre dall’esterno. L’immagine della nostra persona risente enormemente degli influssi della cultura e del contemporaneo.

Per questo oggi, in una società delle immagini, guardarsi allo specchio non è semplice e non solo a livello fisico. Le immagini che passano giornalmente attraverso gli schermi definiscono non solo criteri di esteriorità evidenti ai più, ma dettano anche atteggiamenti e attitudini. Più che mai una società come quella odierna, definita dagli schermi, è in grado di produrre e ripetere standard di comportamento, idee ed estetiche fino ad una loro inconsapevole assimilazione. E’ difficile non subire la fascinazione dell’immagine, con tutte le sue semplificazioni e approssimazioni.

Una immagine vale più di mille parole, vero, ma è anche capace di decontestualizzare, produrre e determinare significati. Vi è tanto fascino nelle immagini di noi stessi, nel nostro io ideale, quanta limitatezza.  

Credete che l’immagine che avete di voi stessi vi limiti?

Se pensiamo all’immagine, come modo rappresentazione del quotidiano e come veicolo di significati, la sua crescita nella società moderna è stata esponenziale. All’inizio la camera oscura e le prime macchine fotografiche riuscivano a cogliere una realtà senza colori e non ben definita. L’arrivo della cinepresa, poi delle prime macchine fotografiche a colori, coglievano il movimento ed anche i colori, avvicinandosi alla realtà per come essa è percepita dai nostri occhi. Oggi siamo arrivati a creare grazie al digitale interi mondi più dettagliati e nitidi rispetto a ciò che siamo in grado di cogliere con la nostra vista. Possiamo cambiare colori, sfumature e luci. Modificare volti ed estetiche. Editare video, tagliare sequenze, ridefinire il tempo e lo spazio.

Abbiamo un controllo totale su piccole porzioni della nostra vita. Una realtà digitale che ci è vicina e fruibile in ogni momento, in ogni istante. Il digitale si impossessa della realtà, la rende iconica. Siamo in un mondo in cui vengono adorate le immagini digitali. Adoriamo le icone che vengono create dal digitale.

Si perché ogni immagine o video digitale, può diventare una icona, cioè non perdere del tutto i riferimenti con la realtà, ma distaccarsi da essa in modo tanto evidente, quanto sfuggente. Siamo in una società iconolatra. Così i nostri occhi, naturalmente proiettati all’esterno, sono il nostro senso guida ormai da secoli, ma più che mai oggi devono essere in grado di distinguere l’immagine dall’icona, il mediato dal vissuto, il reale dall’iperreale.

Che cosa è per voi un’icona?