Immagine

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Ci troviamo in una società delle immagini. E’ un fatto. Guardatevi intorno quando siete per strada, provate a contare il numero di cartelloni pubblicitari che si susseguono uno dopo l’altro. Accendete la televisione, strumento principe di imposizione e creazioni delle immagini, e fate zapping tra i differenti canali. Date un sguardo alle ultime notifiche sul vostro smartphone o all’ultima condivisione sul vostro social preferito. Immagini, immagini, immagini. Ma cosa rende l’immagine così influente, così diffusa, nel contemporaneo? L’immagine è una forma di controllo del tempo e dello spazio, immortala un attimo, lo rende statico, lo rende osservabile nella sua interezza. L’immagine offre agli occhi di chi osserva una fotografia, un post, o un video, una sensazione di controllo, inaccessibile nel flusso visivo quotidiano. La forza dell’immagine sta nell’aver colto un istante, rappresentando una staticità inesistente nel mondo di tutti i giorni. E’ questo che le dà vigore, l’immagine è capace di generare e dare idee, associazioni, connotazioni, rappresentazioni, emozioni, status e valori, statici e ben identificabili. Raffigura un momento che non sarà mai più tale. Mai più uguale. Proprio per questo ne siamo ossessionati. Osservare una immagine è come prendere controllo dello spazio e del tempo. Spesso però ci di dimetichiamo che gran parte delle immagini dei nostri giorni sono mediate, prodotte, imposte.

Quanto conta l’immagine che gli altri hanno di voi?

L’immagine che coltiviamo di noi stessi è importante per la nostra crescita personale, sviluppa in noi quel senso di sicurezza che ci permette di affrontare sfide e problemi. Essa è influenzata nel corso della nostra vita da eventi, persone, esperienze e culture. Ci facciamo una idea di noi che spesso ci rende forti, ma altrettanto spesso ci limita. Liberarci da una immagine è come evadere da una gabbia, a volte chiusa dall’interno, altre dall’esterno. L’immagine della nostra persona risente enormemente degli influssi della cultura e del contemporaneo. Per questo oggi, in una società delle immagini, guardarsi allo specchio non è semplice e non solo a livello fisico. Le immagini che passano giornalmente attraverso gli schermi definiscono non solo criteri di esteriorità evidenti ai più, ma dettano anche atteggiamenti e attitudini. Più che mai una società come quella odierna, definita dagli schermi, è in grado di produrre e ripetere standard di comportamento, idee ed estetiche fino ad una loro inconsapevole assimilazione. E’ difficile non subire la fascinazione dell’immagine, con tutte le sue semplificazioni e approssimazioni. Una immagine vale più di mille parole, vero, ma è anche capace di decontestualizzare, produrre e determinare significati. Vi è tanto fascino nelle immagini di noi stessi, nel nostro io ideale, quanta limitatezza.  

Credete che l’immagine che avete di voi stessi vi limiti?

Se pensiamo all’immagine, come modo rappresentazione del quotidiano e come veicolo di significati, la sua crescita nella società moderna è stata esponenziale. All’inizio la camera oscura e le prime macchine fotografiche riuscivano a cogliere una realtà senza colori e non ben definita. L’arrivo della cinepresa, poi delle prime macchine fotografiche a colori, coglievano il movimento ed anche i colori, avvicinandosi alla realtà per come essa è percepita dai nostri occhi. Oggi siamo arrivati a creare grazie al digitale interi mondi più dettagliati e nitidi rispetto a ciò che siamo in grado di cogliere con la nostra vista. Possiamo cambiare colori, sfumature e luci. Modificare volti ed estetiche. Editare video, tagliare sequenze, ridefinire il tempo e lo spazio. Abbiamo un controllo totale su piccole porzioni della nostra vita. Una realtà digitale che ci è vicina e fruibile in ogni momento, in ogni istante. Il digitale si impossessa della realtà, la rende iconica. Siamo in un mondo in cui vengono adorate le immagini digitali. Adoriamo le icone che vengono create dal digitale. Si perché ogni immagine o video digitale, può diventare una icona, cioè non perdere del tutto i riferimenti con la realtà, ma distaccarsi da essa in modo tanto evidente, quanto sfuggente. Siamo in una società iconolatra. Così i nostri occhi, naturalmente proiettati all’esterno, sono il nostro senso guida ormai da secoli, ma più che mai oggi devono essere in grado di distinguere l’immagine dall’icona, il mediato dal vissuto, il reale dall’iperreale.

Che cosa è per voi un’icona?

Viaggiare

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Non so se sia più importante viaggiare con l’immaginazione o con i propri piedi. Entrambi sono strumenti molto potenti. L’immaginazione ci ha portato così lontano, ha creato scenari impensabili fino a poco tempo fa. I nostri piedi, invece, ci hanno permesso di scoprire la natura e ciò che ci circonda, il nostro ambiente, il nostro territorio. Sono strumenti in disuso, dato che l’idea del viaggio ha perso molta della sua poesia, molta della sua fatica, sia fisica che intellettuale. Oggi viaggiare è un termine comune nel nostro vocabolario, in quanto, appena nominiamo questo verbo vengono in mente le vacanze, luoghi esotici, il turismo, i selfie, le foto, la continua soddisfazione del nostro narcisismo, del nostro edonismo. Viaggiare è divenuto un prodotto, dato che chiunque può raggiungere posti fino a pochi anni fa inaccessibili. Viaggiare non è più una esperienza unica. Viaggiare è facile, tanti sono i mezzi che ci permettono grandi spostamenti. Ma in ogni semplificazione, vi è sempre una perdita. Riducendo il viaggio ad un prodotto, ad una immagine, ad una bandierina su una mappa, perdiamo il suo senso metaforico ed esistenziale.

Cosa ti spinge a viaggiare?

Credo vi sia un senso metaforico nel viaggiare. Un parallelismo latente con la vita, con il lato più autentico dell’umanità. La nostra vita è un viaggio da una origine sconosciuta, ad uno sconosciuto punto d’arrivo. Non sapendo molto di noi e del nostro finale ultimo, la vita dovrebbe insegnare quanto il viaggio stia nel cammino. Con le sue discese e le sue salite. Viaggiare significa apprezzare il percorso, godere dei passi, guardarsi intorno, trovare valore nel nostro quotidiano. Inoltre, penso che non si possa parlare di viaggio, nel suo senso più vero, come del resto della vita, se non ci si trovi di fronte a situazioni che ci destabilizzano, che ci fanno sentire inadeguati, che portano al confronto. Non c’è crescita senza confronto. Il viaggio assume ancor più valore, nel momento in cui crea un senso di difficoltà, non piacevole, non comodo, sia a livello mentale che culturale. Il viaggio dovrebbe nutrire la nostra capacità di connessione con il mondo. Non essere un esercizio di narcisismo. Forse è proprio la facilità con cui si viaggia in questi giorni con treni, voli e pullman, che ha reso il viaggiare svilito del suo valore più importante, quello del confronto e della comprensione. Non c’è comprensione e confronto in un resort staccato dalla comunità locale. Non c’è confronto, tanto meno comprensione, nelle aree turistiche dove vi è una ripetizione di gadgets, souvenirs, prodotti, negozi. Non c’è confronto in quel turismo digitale dettato da anticipazioni, da post, video e da foto modificate da filtri che rendono i luoghi reali, falsi e pieni di aspettative. Viaggiare si è trasformato in una acquisizione di immagini, di esperienze, senza una loro comprensione culturale, locale. Abbiamo perso la metafora del viaggio, perché essa era contraddistinta da un passato, un presente e un futuro. Le nostre orme, il nostro cammino, l’orizzonte. Oggi non abbiamo più questa idea di un cammino, di un percorso. Il nostro zaino è vuoto, il nostro orizzonte è grigio, conta solo il qui e l’ora. Dobbiamo essere intrattenuti, c’è la necessità di piazzare bandierine. Ormai è difficile viaggiare senza una meta, per la scoperta pura e autentica, per dar valore all’altro, per riconoscere valore ad una cultura. La scoperta è essa stessa divenuta un intrattenimento, una distrazione, un obiettivo.

Il viaggio è ancora una metafora della vita?

Viaggiare assolve anche una funzione esistenziale. Ci fa percepire quanto diverso possa essere il mondo rispetto a quello dove viviamo, rispetto a quello mediato dalle nuove tecnologie. Ci fa capire la piccolezza delle nostre esperienze rispetto a quelle di un mondo fatto di bilioni di occhi, orecchie e vissuti diversi dai nostri. Ci rende modesti, rispettosi, di fronte alla vastità dei paesaggi, della natura, degli artifici umani. Un viaggio dovrebbe rendere più umili, sta lì la sua funzione esistenziale. Ci rende parte di un cosmo ben lontano dal nostro giardino, dal nostro paese, dalla nostra città. Ci fa comprendere il numero di culture, di ambienti, di personalità possibili. Amplia e allo stesso tempo rende infinitesimali le conoscenze che acquisiamo. Viaggiare grazie a tutto questo, ci dovrebbe rendere nuovi, ogni volta che torniamo a casa.

Come ti senti al rientro da un viaggio?

Rinunciare

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Non c’è niente di drammatico nel rinunciare. La rinuncia è una conseguenza di una scelta o è in alcuni casi, una consapevole presa di posizione. In fondo, in ogni decisione vi è una rinuncia, implicita, latente, profonda. La rinuncia fa parte di qualsiasi processo decisionale. Quando scelgo di preparare una torta per i miei bambini implicitamente rinuncio a fare altre cose, come prendersi cura della casa, fare una telefonata ad un amico o semplicemente qualsiasi altra azione alla mia portata in quel preciso momento. Ogni azione, ogni comportamento, ogni gesto, automaticamente ne esclude un altro. Ma rinunciare, oggi, è un verbo con una accezione negativa, circondato da una aurea di diffidenza e sorpresa. Non si può rinunciare a niente, bisogna essere su tutti i fronti, avere tutto, fare di tutto. La rinuncia è intesa come privazione. Ma una reale privazione è ben altro, è un’imposizione, è una costrizione. Proprio perché la società contemporanea è piena di possibilità, di tentazioni senza precedenti, non dettate dalla necessità; perché esitare, perché non cedere all’impulso di comprare, di possedere, di fare esperienze suggerite dalla moda del momento? Cosa ci impedisce oggi di acquistare un nuovo cellulare? Di fare un viaggio a Sharm El Sheik? Di comprare l’ennesimo capo firmato? Eventuali limiti finanziari vengono facilmente superati da pagamenti dilazionati o altre forme di indebitamento. Accumulare rafforza il nostro senso di controllo. Il nostro status sociale spesso si basa su ciò che possediamo. Così, rinunciare è un comportamento che lede il nostro egocentrismo, urta il nostro edonismo, controlla gli impulsi all’acquisto, limita enormemente le meccaniche di comparazione tra noi e gli altri, tipiche del consumismo avanzato. Ecco perché la rinuncia è così difficile da comprendere. Rinunciare consapevolmente è la forma più potente di antagonismo nei confronti della società dei consumi.

A cosa non sei capace di rinunciare?

Rinunciare oggi diventa una scelta morale. Una scelta che implica una riflessione, indipendenza, forza di volontà e consapevolezza. Sì è proprio così, posso scegliere di camminare od usare la bicicletta, invece della macchina. Posso decidere di non comprare l’ultimo modello di smartwatch, visto che lo userò il più delle volte semplicemente per leggere l’ora o leggere sporadicamente qualche email. Posso scegliere di limitare il tempo che passo davanti alla televisione, per iniziare un’attività all’aria aperta o leggere un libro. Il numero di alternative possibili ai comportamenti promossi dalla società dei consumi è enorme e radicato nella rinuncia, come opposizione, come alternativa. Rinunciare a molto di ciò che la massa, il marketing, le cerchie, ci propongono come mode o comportamenti è un atto di indipendenza, di autoaffermazione. È rinunciare alle comodità, non accettare la pigrizia e la passività. E’ un’azione che ci rende liberi, più forti. In particolare, una importante sfumatura nell’atteggiamento che considera la rinuncia come un valore, come una possibilità, una alternativa, è quella di sviluppare una consapevolezza interiore riguardo ciò che ci è veramente utile, veramente necessario, per vivere bene, per vivere in benessere con noi stessi, con ciò che ci circonda, con il mondo. Rinunciare può sviluppare un forte senso di responsabilità nei confronti dei nostri cari, nei confronti del tempo che abbiamo nella nostra vita, nei confronti del prossimo e della natura. Rinunciare disarma e smaschera la futilità.

Credi che la rinuncia possa essere un valore?

Movimenti come il Minimalismo, molto influente in America, o come i movimenti Ecologisti, si fondano sull’idea che in una società capitalistica, dei consumi, dell’abbondanza, la rinuncia abbia un valore liberatorio, morale, ma anche un significato ben più ampio, difficile da inquadrare. Il Minimalismo sostiene come l’abbondanza di oggetti che possediamo ci distoglie dagli aspetti più importanti della vita. Il consumo non consapevole, basato sul impulso, sul desiderio all’acquisto ci rende infelici nel medio e lungo periodo, ci riempie di aspettative che poi vengono inevitabilmente infrante.  Nel minimalismo rinunciare al consumo, rende liberi dalle dipendenze fisiche e psicologiche che i possedimenti materiali generano nel nostro quotidiano, nelle nostre vite. D’altro canto, i movimenti ecologisti affermano come rinunciare a consumare in modo scriteriato sia necessario per rispettare la natura. Limitare il consumo di plastica, piuttosto che utilizzare i mezzi pubblici sono tutte azioni che si oppongono agli strumenti e alle comodità offerte dalla società odierna. In un mondo pieno di possibilità, distrazioni, acquisti, rinunciare ad essi ha un sapore anarchico. La rinuncia acquisisce un valore di ribellione, di disincanto, di presenza, di non accettazione di un sistema. Diventa il fondamento per movimenti che hanno le sembianze di vere e proprie controculture.

Conosci il Minimalismo?