Clessidra

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Non siamo capaci di comprendere l’eternità. Abbiamo introdotto l’idea di tempo, di sequenzialità, proprio per provare ad avere un controllo su ciò che non riusciamo a spiegare.

Come sosteneva Guy Debord abbiamo rimosso l’eternità dal nostro vivere e per avere più controllo abbiamo introdotto il tempo. Una nostra percezione, l’espressione della nostra soggettività, un tentativo di definire ciò che è eterno.

Un vano tentativo di avere un parziale ed infinitesimale controllo di qualcosa che inevitabilmente continua a sfuggire.

Il tempo è una risorsa per te?

Così a partire dalla meridiana, passando dalla clessidra arrivando all’orologio, abbiamo realizzato strumenti atti a creare e a definire il tempo. Questi dispositivi ci danno l’impressione che il tempo esista, che sia un qualcosa di universale, qualcosa di insito nella natura dell’universo.

Quantificabile.

Non è così. Pensate alla clessidra. La sabbia che scende trainata dalla gravità, il suo rumore ipnotico. Ad un certo punto, dobbiamo essere noi ad intervenire per far continuare quel flusso, quella percezione che il tempo continui a scorrere.

Siamo noi con quell’atto a creare nuovamente tempo, a definire un nuovo intervallo.

Quale valore assegni all’eternità nella tua vita?

Proprio per questo, la clessidra è forse il più affascinante tra i misuratori del tempo, proprio perché siamo noi a dover agire su di essa per far esistere il successivo intervallo di tempo.

Una meridiana continua anche senza la nostra presenza a sezionare l’eternità. L’orologio continua a frazionare e a dettagliare il tempo, senza il nostro intervento.

Infatti, la clessidra è lo strumento che rende la metafora, l’illusione umana del tempo, materiale. Visibile.

Di essa lo stretto collo, ci fa pensare di essere in grado di incanalare, di quantificare l’eternità.

La sua sabbia ci dà l’impressione di poter osservare quello che noi definiamo tempo.

Quando la capovolgiamo, per farla ripartire ci fa credere di aver potere su una porzione di eternità che noi in maniera irriverente chiamiamo tempo.

Riesci a visualizzare il tempo?

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Specchio

Tempo di lettura 6/7 Minuti

Lo specchio è stato il primo autentico strumento per percepire l’immagine di noi stessi. Per capire come gli altri ci vedono o quanto meno, come crediamo di essere visti.

Si perchè lo specchio genera l’immagine di noi stessi. Il nostro riflesso su di esso, identifica le nostre sembianze nel mondo. Stabilisce le nostre caratteristiche estetiche nel mondo.

Ma sono i nostri occhi, a leggere quel simulacro di noi stessi.

I nostri occhi per cogliere il nostro viso e alcune parti del nostro corpo, hanno solo quel pezzo di vetro. Quando ci guardiamo allo specchio, non osserviamo realmente noi stessi, ma l’immagine ideale del nostro corpo.

Quante volte ti guardi allo specchio?

Gli psicologi ci insegnano che tutti noi siamo sottoposti a quello che definiscono effetto di esposizione. Più vediamo la nostra immagine riflessa nello specchio e più di conseguenza ci abituiamo ad essa. Sommiamo di volta in volta il ricordo della nostra figura. La rendiamo piacevole, la rendiamo ideale.

Creiamo di noi stessi, il nostro ideal tipo. Osserviamo su quella superficie riflettente, la somma delle rappresentazioni mentali di noi stessi.

Ma non attraverso i nostri occhi, di riflesso, mediati da uno strumento.

Non è un caso che lo specchio sia uno strumento spesso utilizzato per deformare la realtà. Il riflesso necessariamente fa perdere, generalizza, sfuma dettagli. 

Ti è mai capitato di trovarti a disagio nell’osservare una foto di te fatta da altri?

A partire dalla nascita della fotografia, lo specchio non è più lo strumento chiave per creare e definire l’immagine di noi stessi.

Oggi lo smartphone non solo è capace di riflettere la nostra immagine, è anche in grado di modificarla di renderla migliore, più affascinante, ancora più piacevole.

Possiamo di volta in volta intervenire sulle nostre rappresentazioni mentali.

Il mondo digitale diventa lo specchio di noi ed anche della nostra società.

Per questo è sempre più difficile accettare l’immagine di noi stessi, per questo siamo sempre più insoddisfatti del nostro corpo.

Le rappresentazioni mentali che portiamo con noi non sono più stabili, più date. Sono determinate da filtri, con cui giochiamo, con cui determiniamo inevitabilmente la nostra estetica.

Ma lo specchio digitale è pubblico, soggetto alla critica, in continua comparazione e competizione con l’immagine altrui.

Abbiamo perso il carattere privato della rappresentazione mentale di noi stessi e con essa abbiamo aumentato vertiginosamente la distanza tra come noi ci rappresentiamo, come gli altri ci vedono e la cruda, ormai irrilevante, realtà.

Quanto conta l’immagine di tuoi profili social?

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